di Debora D’Auria
Salomone, in ebraico Shelomò, in arabo Sulayman, il re sapiente e magnifico per eccellenza, una tra le figure più affascinati della Bibbia. Salomone: il valore numerico del suo nome è 375, lo stesso del verbo “asà”, ha fatto, che è il vero cardine del libro dell’Esodo.
“Viva il re Salomone!”
Alla sua memoria sono legati diversi motivi che affiorano costantemente nella coscienza ebraica e, di riflesso, in quella cristiana: dalla sontuosa costruzione del Tempio di Gerusalemme, compiendo l’opera pensata da suo padre David, all’affermazione di una sapienza religiosa capace di fare i conti con saperi e sovrani stranieri, oltre che con donne di ogni censo e colore, tra cui la leggendaria regina di Saba.
A Salomone, infatti, vengono attribuiti due Salmi, la maggior parte del libro dei Proverbi, il Qohelet e il Cantico dei Cantici. Visto che non c’è accordo tra gli studiosi liberali e quelli di orientamento conservatore, in linea di massima si può dire che i primi negano al re d’Israele la paternità di queste opere, mentre i secondi gliele attribuiscono. Fu l’ultimo dei Re del regno unificato di Giuda e Israele. Regno che viene considerato dagli ebrei come un’età ideale, simile a quella del periodo augusteo a Roma.
…E tutto il popolo disse: “Viva il re Salomone!” (1 Re 1:39b). L’ouverture del Libro dei Re è estremamente avvincente, l’epoca davidica è ormai alla sua conclusione, seguiamo il vecchio re Davide mentre sta per abbandonare la scena, o meglio il trono. Ed è proprio nel primo capitolo che si è trascinati in uno straordinario racconto di lotta per la successione, che ha come protagonisti Adonia e Salomone: “una poltrona per due fratelli” diremmo. In realtà a tessere le trame della storia e dell’esito finale saranno il profeta Nathan e Betsabea (Bat Sheva) che pongono dinanzi all’ormai vecchio re, il conflitto per la successione, o meglio, le “manovre” di Adonia che fa della sua primogenitura il motivo della sua legittima successione al trono, senza dimenticare il ruolo e le azioni dei suoi sostenitori.
A questo punto Davide fa chiamare Betsabea e si rivolge a lei tenendo fede a un giuramento fattole molti anni prima (1 Re 1:29-30), utilizzando una formula forte, che ha la stessa potenza del “giuramento”, così come si rintraccia in altre pagine della Bibbia ossia: “Com’è vero che il Signore vive…”. Davide ordina ai suoi servi di preparare la cavalcatura della sua asina per Salomone che sfila verso Ghihon, osannato come “principe di Israele e di Giuda”: questo atto ci rimanda a quell’antica funzione regale e messianica di cui si legge nel libro del profeta Zaccaria (9:9) e che sarà elemento non secondario anche nel racconto dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme raccontato dai Vangeli.

il re di un’epoca
di pace e prosperità
Inizia così un’epoca di pace e prosperità con questo nuovo sovrano, cui il testo biblico si riferisce con numerosi appellativi che sono un vero e proprio crescendo: “fratello di Adonia e figlio di Bath Sheba”, “servitore di Davide”, “figlio mio” (dirà di lui Davide) e infine tutti lo chiamano “re Salomone”. Ma c’è un “di più” (v. 46ss.) che conferma e sigilla questa sua intronizzazione scelta da Dio con un susseguirsi di “benedizioni” che pongono ancora una volta al centro della storia di Israele la promessa di Dio fatta a Davide di una dinastia che durerà in eterno e di una pace che soffierà su essa e sul regno per sempre. Di questa pace Salomone sarà portatore a cominciare dal suo nome. Shelomò da “shalom” che è augurio di una vita che non conosca tempeste, e a questo nome se ne aggiunge un altro che porrà su di lui Dio stesso per mezzo del profeta Nathan: “Iedidià” ovvero “amato da Iod/Dio” (2 Sam 12:24), questo nome non comparirà mai più in tutta la vicenda legata alla vita di Salomone, re che prosperò senza muovere guerre su guerre e che fu degno di edificare il Tempio di Gerusalemme.
È possibile rintracciare dei passaggi fondamentali nella storia del regno di Salomone strettamente legati alla sua persona. Proviamo a disegnarne un quadro seppur breve e circoscritto.
Innanzitutto il modello di monarchia scelto: si tratta di un tipo di reggenza ideale che rovescia completamente il modo di pensare alla regalità, infatti al centro non ci sarà la gloria del sovrano, bensì il benessere del popolo di Dio e, per attuare ciò, il sovrano sceglie di essere “subordinato alla Torah”, ovvero essere “servo di Dio”, così come è espresso e sottolineato per ben quattro volte nel testo biblico (1 Re 3:5-9) in cui si narra che Dio compare in sogno a Salomone. Come potrà il giovane re portare avanti un programma di governo così impegnativo (il testo biblico parla letteralmente di “amministrare la giustizia”).
È proprio nel versetto 9 del capitolo in questione che si concentra l’essenza del suo agire che contraddistinguerà il suo regno come quello tra i più perfetti della storia di Israele. Salomone agli occhi di Dio ha trovato gran “benevolenza” (v. 6); benevolenza traduce la parola ebraica hesed e con questo termine si esprime la fedeltà al patto con la stirpe di Davide. È a partire da questo assunto fondamentale che Salomone rivolge la sua richiesta al Dio dei Padri: che gli sia fatto dono di “un cuore intelligente” col quale possa discernere il bene dal male, per poter amministrare la giustizia nei confronti di un popolo così numeroso. In ebraico la parola lev può essere tradotta allo stesso tempo con cuore e mente…

amore e giustizia,
un intreccio contraddittorio
Non è difficile comprendere la richiesta di Salomone e cosa egli volesse intendere con “amministrare la giustizia”, dal momento che, seguendo la lettura del capitolo 3 del libro dei Re, ci imbattiamo nel celeberrimo episodio delle due prostitute che si presentano al re per ottenere “giustizia”, esse si contendono un bambino. A questo punto è necessario aprire una parentesi sul vasto tema della “giustizia”, e parlare di essa impone quanto meno di dibattere sul rapporto esistente tra amore, giustizia ed etica. Intrecci strettissimi ma anche contraddittori, perché infatti, se ci pensiamo bene, l’amore può essere visto come “contro giustizia” perché esso istituisce nei confronti dell’amato/a un privilegio rispetto ad ogni altro essere, viceversa chi ama senza essere corrisposto, soffre di una ferita immeritata. Nella tradizione ebraica spesso la giustizia viene a essere invocata al fine di correggere l’amore, quest’ultimo infatti è estremista ed esclusivo, mentre la giustizia è mediatrice ed inclusiva. Un’ultima nota interessante potrebbe essere data dall’analisi dell’iconografia che ritrae la Giustizia bendata con in mano una bilancia, dunque temperante e rivolta a tutti, contrariamente all’Amore, anch’esso bendato (Amore è cieco dice la tradizione popolare) ma arbitrario, singolare e rivolto a un solo oggetto.
Nell’ebraismo far coincidere Amore con Giustizia significa parlare di tempi messianici, anche se da sempre nell’ebraismo si pensa ad una correzione della Giustizia da parte dell’Amore, in particolare della misericordia di Dio, ed esiste una correzione dell’Amore da parte della Giustizia, ed è appunto il concetto di etica, che va inteso come un ponte tra Amore e Giustizia, che ha due facce una volta verso l’uno e una volta verso l’altra.
Torniamo al nostro episodio del bimbo conteso (1 Re 3:16), che ci presenta il primo giudizio di Salomone: il re propone di dirimere il conflitto tra le due madri col taglio del bambino in due, cosicché entrambe le donne possano avere la loro parte di figlio.
Il testo ebraico accenna non solo al taglio in senso stretto da effettuarsi con una spada, bensì usando il termine gezerut che rinvia alla sentenza rabbinica in senso stretto (gezerah), con ciò si vuole sottolineare come il re con quella sentenza avesse emesso una scelta drastica e definitiva. Il racconto biblico ricorda come la vera madre, all’idea di veder suo figlio ucciso in nome della giustizia, commossa nell’utero (racham; da cui rachamim cioè misericordia), rinuncia alla sua “parte di figlio” e lo cede all’altra donna.
Il testo biblico sottolinea e commenta che il popolo che aveva assistito alla “sentenza” ebbe “timore” perché vide che il re nella sua saggezza divina era stato capace di amministrare veramente la giustizia. I maestri ebrei sostengono che il mondo si regge su tre cose: la verità, il giudizio e la pace, dicendo che esse sono legate in quanto, se il giudizio si basa sulla verità, ne consegue necessariamente la pace. E di questo principio Salomone è stato un grande propugnatore e facitore, divenendo emblema della giustizia così come suo padre Davide lo era stato della teshuvah (ritorno/pentimento).
la costruzione
del Tempio
Secondo aspetto: la saggezza del re non è soltanto rivolta all’amministrazione della giustizia in senso stretto, dal momento che essa è preparatoria alla sua impresa più importante. Il regno di Salomone, regno di shalom, raggiunge il suo culmine con la costruzione del Tempio (capp. 6-8).
Il Tempio sarà edificato nel nome di YHWH, che ha donato lo shalom, la saggezza e la prosperità che circonderanno il regno; si tratterà di una fragile condizione destinata a crollare come un castello di sabbia allorquando Salomone trascurerà l’osservanza delle prescrizioni della Torah.
L’importanza dell’edificazione del Tempio di Salomone sembra essere evidenziata dalla promessa di Dio di “abitare in mezzo al popolo”, di non abbandonarlo mai, una ulteriore promessa che si aggiunge alle precedenti già fatte ossia quella del dono della “sapienza” e quella del “trono di Israele” e quella di “una lunga vita”.
È interessante notare come il capitolo 6, che apre la narrazione della costruzione del Tempio, comincia con il ricordo della schiavitù e dell’esodo dall’Egitto, tema centrale nella fede d’Israele, il ricordo della liberazione dalla schiavitù apre a una nuova storia con il Dio della liberazione che cammina col suo popolo. Dunque un intreccio strettissimo tra elezione, patto e Tempio, e il libro dei Re si concluderà proprio con un capovolgimento di quell’esodo e con la deportazione in Babilonia e con il ritorno traumatico in Egitto (2 Re 25:26).
Nel più ampio contesto argomentativo inerente il Tempio va altresì collocata la preghiera di consacrazione di re Salomone, che può essere divisa in due parti, la prima che è una supplica in favore della dinastia e la seconda invece descrive in sette esempi la funzione pratica della preghiera fatta nel Tempio per la vita di Israele (1 Re 8:22-53).
Centrale nella supplica è l’accento posto all’esilio, laddove le radici verbali di “deportare” (šabah) e pentirsi/tornare (šub) subiscono ben sette variazioni.
Salomone insiste nel dire che l’intero universo non può contenere Dio, Egli è simbolicamente presente nel Tempio mediante il nome divino.
l’idolatria
delle donne straniere
Ma cosa determinerà la fine del regno di Salomone e cosa spezzerà lo shalom che aveva caratterizzato la sua reggenza? Il tutto è da collegarsi alla fama di grande amateur del re Salomone, del quale è nota la numerosa schiera di mogli e concubine. Attenzione però, la Scrittura non vede come peccato e dunque non dà un giudizio moralistico al numero “esagerato” delle sue mogli, il problema è ben più profondo e va ricercato nel fatto che molte delle sue donne saranno straniere e la loro nazionalità e fede non era certamente rivolta al Dio d’Israele. Salomone è colpevole di aver concesso alle sue donne la possibilità di edificare altari per i loro dei e, sebbene egli non si sia prostrato dinanzi agli dei stranieri e non li abbia adorati, quegli altri altari sono la conferma del fatto che il suo cuore non appartiene completamente a Dio e che ha trascurato di osservare il patto.
“Quando Salomone fu vecchio, le sue donne trascinarono il suo cuore verso altri dei e il suo cuore non fu più tutto intero con il Signore come era stato il cuore di suo padre David. Salomone seguì Astarte, divinità dei sidoni e Milcom, abomino degli ammoniti… Costruì, sulla montagna che è a est di Gerusalemme, un santuario dei figli di Ammon, abominio di Moab e per Moloc, abominio dei figli di Ammon. Fece altri santuari per tutte le sue donne straniere, che bruciavano incenso e offrivano sacrifici ai loro dei” (1 Re 11:4-8; cfr. 11:33). La lunga citazione mi sembra di una chiarezza assoluta. È l’idolatria al centro di questi testi biblici, è l’idolatria che fa problema nella malinconica decadenza del magnifico Re.
Perché? “Non ti farai idolo”, dice il secondo comandamento. Il libro del profeta Ezechiele allude a tre forme di idolatria: quella dell’Egitto, di Canaan e di Babilonia. Tre civiltà, tre forme di idolatria. Ma non ho risposto ancora alla domanda: cos’è idolatria? E perché fa problema? Torniamo alle tre forme di idolatria cui allude Ezechiele. Per i tre paesi citati, essa emerge, prima di tutto, per il fatto che sono tesi verso una sola cosa, un solo interesse. Invece è il molteplice, l’apertura plurale, il più sicuro mezzo per sfuggire all’idolatria. La sapienza di Salomone, il suo proverbiale senso di giustizia, il magnifico regno di cui è stato re ha al centro il Tempio. “Questo Tempio sarà sublime” (9:8), dice il testo ebraico, che antiche versioni correggono, modificando lievemente una parola, così: “questo tempio cadrà in rovina”. Dicendo ciò, proviamo a rispondere, finalmente, alla domanda posta in precedenza che è sottesa al comandamento: “non avrai altro Dio (altri dei) di fronte a me”. Se troviamo un accordo sull’ingiunzione stessa, spesso, ignoriamo come viverla e praticarla. Cosa vuol dire che bisogna essere aperti alla pluralità? Significa mantenersi nella domanda, nella dimensione del domandare. Dire che il pensiero non è che un pensiero della domanda sarebbe idolatria. Il rischio è che si può idolatrare tutto, anche il domandare.
La prima preoccupazione dell’insegnamento biblico non è quella dell’esistenza di Dio, o il suo contrario, ma piuttosto la lotta contro l’idolatria. Il sistema dell’interpretazione, tipico del modo ebraico di leggere le Scritture, è fondato sulla volontà di rifiutare l’idolatria. Il testo stesso non deve mai trasformarsi in un idolo.
Torniamo a Salomone. Ancora una volta siamo in presenza di una storia che è un itinerario di vita, con il suo inevitabile alternarsi di gioie e dolori, speranze e illusioni, ricerche e perdizioni. Appunto, la conclusione della vita di Salomone, i suoi fallimenti, umani e politici, il regno che si frantuma, narrano di una storia che non si può idolatrare, nessuna storia. La riflessione sui mille Salomone della storia, da quello di Leopardi a quello di Bonhoeffer, a pensatori e scrittori dei nostri giorni, ci dice appunto questo: “non ti farai idolo”. Solo così si può dare voce a tutto ciò che è umano, troppo umano.

* Deborah D’Auria, battista, insegna lettere ad Asola (Mn) e storia dell’ebraismo presso la facoltà di scienze religiose “Charisma” di Aversa (Ce).