di Simona Borello e Maria Nisii

Se nel racconto della creazione l’uomo viene “plasmato” dalla terra, creando un forte accostamento fra Adamo e la terra-suolo, la donna viene “costruita”, mettendo in risalto la portata dell’atto creativo che sottende all’edificazione: di una casa, una città, una famiglia, una dinastia, un popolo. Nel rileggere il testo di Genesi 2:7, con un’attenzione particolare alla terminologia biblica, Simona Borello e Maria Nisii (*) propongono un’esegesi di questo passo, che analizza il senso dell’atto creativo, lo spazio relazionale che esso crea nella definizione dell’alterità e il legame che esso determina fra la donna e Dio.

 

I due racconti della creazione della prima coppia umana ci sono a tal punto noti che raramente ci soffermiamo sulle parole del testo. Ogni volta che li riascoltiamo o rileggiamo, in fondo, li ripassiamo nella memoria. E questa distrazione rischia di farci perdere il gusto della narrazione o di continuare a coglierne nuove sfumature. È quello che una di noi si è detta rileggendo con attenzione per ragioni di studio il secondo capitolo della Genesi: una distinzione terminologica l’ha improvvisamente colpita e si è chiesta perché non avesse mai letto niente a questo proposito. Ha deciso quindi di seguire la strada suggeritale dalla curiosità. Non ha la pretesa che si tratti di un’intuizione ma, più modestamente, propone una pista di lettura.

Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. (Gn 2:7)

È così che è narrata la creazione del primo essere umano. Dio plasma l’adam con la polvere del suolo (‘adamah, che indica di solito la terra coltivata). In quest’atto di “plasmazione”, Dio appare come l’artigiano che dà forma al suo manufatto (come lo ritroviamo anche in Is 45:9; 64:8; Ger 18:6; Rm 9:19-21) in continuità con l’immagine del dio egizio Hnum che modella l’uomo sul tornio. Il verbo usato per l’atto di creazione dell’uomo è wayyiser, dal radicale yasar (formare, sagomare, modellare): “plasmò”. Si tratta dello stesso verbo che troviamo al v. 19:

Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo.

Wenin riassume questo accostamento tra l’uomo e la terra con: “colui di cui l’humus ha bisogno per essere lavorato è egli stesso plasmato a partire dall’humus dal quale è preso”1. Che l’uomo fosse destinato a lavorare la terra era già stato suggerito al v. 5:

nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo.

E questo significa anche sgomberare il campo da false comprensioni a proposito della maledizione successiva alla caduta, che è rivolta al suolo (e non all’uomo!) e riguarda il trarne i frutti con fatica: “maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita” (Gn 3:17). La creazione dell’uomo giustificata dalla coltivazione e custodia del giardino rispecchia i modelli letterari mesopotamici, indubbiamente noti agli autori biblici di questi primi capitoli di Genesi, secondo i quali gli dei creano gli uomini come servi.

Quando si parla della creazione della donna, il narratore usa la nota formula:

Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.” (Gn 2:22)

Mentre l’uomo era stato modellato dal Dio-vasaio, la donna è posta nel mondo dal Dio-costruttore. Il verbo usato è wayyiven, dal radicale banah (costruire – una casa, una città – metaforico costruire una famiglia, una dinastia, un popolo): “costruì”.

Un secondo dettaglio significativo è il fatto che la donna sia tratta dal fianco o lato (da sela) e non dalla costola come imposto nella maggior parte delle traduzioni. La donna proviene dal fianco, né davanti né dietro, destinata a camminare accanto all’uomo. Questa immagine è in linea con quanto già indicato al v. 18: “Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”, letteralmente “un aiuto come corrispondente”. Nella cultura giudaica il fianco, “a motivo della sua vicinanza al cuore, vale come riferimento all’interiorità” (H.-J. Fabry) e pertanto, sede degli organi vitali, rappresenta le facoltà dell’umano. Nei dizionari di termini biblici troviamo anche altre ricorrenze di sela, soprattutto in riferimento all’architettura sacrale: l’uomo e la donna sono destinati a essere tempio di Dio (H.-J. Fabry).

Spostando l’attenzione sulla differenza dei verbi usati per la creazione degli umani: l’uomo è “plasmato”, mentre la donna è “costruita”. Il verbo banah nell’Antico Testamento ha quasi quattrocento occorrenze: adoperato per la costruzione/ricostruzione di edifici (tra cui il tempio!), città, popolo, ma anche tradotto come “edificare”. Il suo uso metaforico appare nelle formule: “costruire una famiglia” in Dt 25:9 a proposito della legge del levirato; “edificare una dinastia” in 2Sam 7:27; “edificare un popolo” in Ger 31:4. Sulla stessa linea troviamo inoltre due casi in cui il verbo esprime l’idea di “procurarsi un figlio”: Gn 16:2: “Sarài disse ad Abram: “Ecco, il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli”” e Gn 30:3 in cui Rachele invita Giacobbe a unirsi alla sua serva Bila perché anche lei possa avere dei figli per suo tramite. Banah indica infatti non solo “un agire su un oggetto, ma anche il suo venire all’esistenza […] ‘Costruire’ ha fondamentalmente sempre a che vedere con ‘fare’ e ‘far esistere’, cioè suggerisce sempre un’attività in cui entrano in gioco forze creative” (S. Wagner). L’associazione che può apparire estraniante tra la costruzione di un edificio e la nascita di una nuova esistenza è sostenuta da quei brani del Cantico dei Cantici in cui le parti descrittive del corpo umano sono paragonate a edifici (Ct 4:4a: “Il tuo collo è come la torre di Davide”, ma anche Ct 8:10 “Io sono un muro e i miei seni sono come torri”). Ancora una volta la metafora della costruzione è abbinata soprattutto alla figura femminile. Un corpo-edificio costruito con il materiale tratto dal fianco dell’uomo-terra.

Nella creazione della prima donna, l’autore biblico fa uso di un linguaggio carico di suggestioni e che meriterebbe uno studio a parte. La differenza tra uomo e donna rimarcata dai diversi atti creativi è irriducibile, eppure in questa diversità dobbiamo riconoscere la condivisione di un’origine comune: la volontà del creatore. E questa è stata suggerita nel suo dispiegarsi a partire da una duplice immagine di Dio (vasaio e costruttore), che lega l’uomo al suolo e ai suoi frutti, mentre la donna alla carne e alla vita. Questa doppia connotazione è radicata nella tradizione che ha dato origine a questo secondo racconto della creazione a tal punto da ritornare nelle condanne di Genesi:16-19: alla donna dolore, gravidanza e attrazione fisica verso il marito; all’uomo il lavoro della terra e il destino del ritorno alla polvere. Si tratta di due realtà feconde e legate alla vita, al suo mantenimento (la realtà del suolo che garantisce la sopravvivenza dell’umano e del mondo naturale) e alla sua rigenerazione (la maternità), che l’uomo biblico ha vissuto come benedizione o maledizione, sotto il segno della teologia retributiva. La fertilità del suolo con i raccolti abbondanti e la prole numerosa da un lato, la sterilità umana e naturale dall’altro.

Un secondo spunto riguarda la progressione della creazione: a differenza del primo racconto di creazione (Gn 1:27), che vede nell’essere umano (uomo e donna) l’apice della creazione, in questo secondo vi è uno stacco temporale tra la creazione dell’uomo e quella della donna, tempo nel quale emerge una sorta di disorientamento e di ricerca del creatore di “un aiuto che gli corrisponda” (Gn 2:18) tra le altre creature. È la mancanza di una piena corrispondenza con gli animali che porta alla creazione della donna: emerge la necessità della reciprocità, della relazione, dell’uguale a sé eppure diverso che diventa soggetto di interesse e di emozione, indipendente eppure legato intimamente.

Un terzo aspetto su cui soffermarsi riguarda la relazione tra il creatore e la donna. Ella è ‘costruita dal fianco’: è come se Dio, dapprima preoccupato di fare un aiuto corrispondente all’uomo e di lenire la sua solitudine, si fosse in realtà procurato anche una figlia. Come faranno Sarai e Rachele, Dio ‘fa venire all’esistenza’ una donna grazie alla quale edificherà il suo popolo. Eva, ricordata sempre come madre del genere umano, prima di essere tale è una figlia, la prima.

Dopo esserci soffermate a mettere in risalto la figliolanza di Eva, ci siamo interrogate sulla diffusione del termine “figlia” nella Scrittura. Tra Antico e Nuovo testamento troviamo 314 occorrenze, la maggior parte delle quali, tuttavia, sono piuttosto “innocue”. Troviamo, infatti, l’uso descrittivo per la presentazione di un personaggio femminile come “figlia di (nome del padre)” oppure l’uso simbolico riferito alle nazioni (“figlia di Sion”, “figlia di Babilonia”, ecc.). Una sola occorrenza è differente2: l’uso di “figlia” come appellativo usato da Gesù per rivolgersi alla donna che aveva fatto il gesto inaudito di toccargli il mantello in mezzo alla folla, fiduciosa che quello sarebbe bastato per guarirla dalla malattia che le affliggeva il corpo oltre a mantenerla in costante stato di impurità: “Figlia, la tua fede ti ha salvata” (Mc 5:34 e paralleli – Lc 8:48 e Mt 9:22). La narrazione di Marco è particolarmente interessante perché mette al centro proprio la donna, raccontandoci del suo tormento (“aveva molto sofferto”), del suo riconoscimento di Gesù (“udito parlare di Gesù”), della sua determinazione (“venne tra la folla”), della sua fiducia (“toccò il suo mantello”). Non aspetta il permesso, ma si mette in azione, con la mente e con le mani.

E, allo stesso tempo, non si nasconde quando Gesù chiede conto e ragione di quello che è appena successo, nonostante l’incertezza di quello che sarebbe potuto accadere (“impaurita e tremante”). Chissà quanta intensità, quanto amore, quanta adesione c’era in questa donna senza nome, per far sì che Gesù se ne accorgesse in mezzo alla folla. Quanta fede. E allora lui la chiama con il nome più bello, “figlia”, realizzando in pienezza quell’incontro voluto dal creatore. Perché è nell’essere figli e dell’esserne fiduciosamente consapevoli che consiste la dignità della donna e di ogni essere umano, da vivere e riscoprire ogni giorno prima ancora che da rivendicare.

 

(*) Maria Nisii, Torino, insegnante di religione cattolica, studia teologia

Simona Borello, Torino, esperta di comunicazione, studia teologia

 

 

Note

 

1  André Wenin, Da Adamo ad Abramo o l’errare dell’uomo, EDB, Bologna 2008, p. 41.

2  Può essere interessante osservare, senza avere peraltro la possibilità e l’intenzione di arrivare a delle conseguenze a riguardo, che non c’è un uso simile del sostantivo nella sua forma maschile.