di Marco Mazzoli

Ci sono due passi biblici con implicazioni economiche. Il primo è Levitico 25, il secondo Apocalisse 13:16-17. Nel primo si racconta delle regole fissate per l’Anno Sabbatico, che aveva luogo ogni sette anni. Una di queste regole prevedeva che tutti gli schiavi d’Israele fossero liberati. Nel mondo rurale dell’antichità si poteva diventare schiavi per debito, ma, poiché gli schiavi appartenenti al popolo d’Israele dovevano essere liberati ogni sette anni, questo implicava che il grado di sottomissione di un essere umano nei confronti di un altro essere umano non doveva superare il valore di sette anni di lavoro. Nei due versetti dell’Apocalisse, invece, viene descritta la bestia che sale dalla terra, che simboleggia il male e che obbligava tutti gli esseri umani a farsi mettere un marchio sulla mano destra o sulla fronte. Nessuno poteva comprare né vendere se non portava il marchio della bestia, cioè il nome della bestia o il numero che corrisponde al suo nome. Il pensiero evocato da questa immagine era quella di un potere negativo che sembrava imporre le sue regole a tutti, fino ad escludere dall’attività economica chi non si asservisse ad esso.

quali regole

per il capitalismo?

Negli anni ’60, in piena epoca keynesiana, nell’età del capitalismo “regolato” o “capitalismo dal volto umano”, un top manager di una grande impresa americana poteva guadagnare fino a 20 volte lo stipendio di un operaio. Alla vigilia dell’attuale crisi finanziaria, un top manager di una grande banca d’affari o di una grande società finanziaria poteva arrivare a guadagnare 300 volte lo stipendio di un operaio. Nel frattempo, il welfare state è stato pesantemente ridotto, la sanità statunitense privatizzata e, secondo molti ultra-liberisti, la nostra sanità avrebbe dovuto seguire lo stesso destino.

Se, all’inizio della crisi, il premio Nobel Stiglitz proclamava la fine dell’era del capitalismo senza regole e l’inizio di una fase di “capitalismo regolato”, in cui lo Stato doveva tornare a giocare un ruolo di supervisore del sistema, ben diversa sembra la tendenza prevalente negli ultimi mesi. Abbiamo assistito all’ennesima redistribuzione di ricchezza a danno dei ceti più poveri e a vantaggio dei ceti più ricchi: le perdite immense causate da manager e affaristi senza scrupoli (e arricchitisi in anni di speculazioni senza limite) sono state scaricate, con i forti ed inevitabili interventi pubblici di salvataggio, sui contribuenti di tutti i Paesi occidentali, mentre il conseguente onere del debito pubblico viene sanato, tagliando, licenziando e bloccando i redditi delle fasce più povere e meno protette.

È impressionante la regolarità decennale delle crisi finanziarie: dopo il crollo di Wall Street del 1987, abbiamo assistito alla cosiddetta crisi asiatica del 1997, a quella “russa” del 1998, a un’altra caduta delle borse internazionali intorno all’anno 2000 e a quella attuale, di gran lunga la più grave di tutte. In generale queste crisi sono precedute da fasi di “euforia irrazionale” (per usare le parole di Alan Greenspan) in cui i prezzi dei titoli azionari mostrano trend di crescita spropositati ed eccessivamente ottimistici rispetto agli indicatori dell’economia reale e in cui investitori troppo ottimisti ed inesperti vengono attirati sui mercati dalla speranza di lauti guadagni, prima di essere scottati dalle successive crisi.

Un altro elemento importante è che, dopo la globalizzazione, il potere economico è concentrato in pochissime mani e sfugge di fatto al controllo democratico delle opinioni pubbliche, così come sfugge interamente al controllo democratico e a qualsiasi regola (e sanzione) che garantisca la correttezza dei contenuti l’informazione mediatica dei grandi circuiti televisivi internazionali. Nel sistema politico bipolare maggioritario di stampo anglosassone (che caratterizza ormai molti Paesi occidentali) l’altissimo costo di accesso ai media televisivi garantisce visibilità pubblica solo alle forze politiche finanziate da grandi lobby. Non a caso, il grande filosofo liberale Karl Popper, in uno dei suoi ultimi scritti (Cattiva maestra televisione [1994], trad. it. Marsilio, Venezia 2000), ha coraggiosamente affermato che solo una tv pubblica, che offra spazio e pari trattamento per tutte le idee può garantire la democrazia.

mobilità sociale

e welfare state

Alla base di tutto il nostro sistema economico internazionale vi è (o dovrebbe esservi) la ricerca della “mobilità” sociale, ossia di una situazione in cui il capitale umano e i talenti individuali vengano sfruttati appieno e anche gli individui appartenenti ai ceti sociali più poveri possano dunque raggiungere i vertici della società e un elevato status sociale.

A favore della mobilità sociale sono stati i liberali europei ottocenteschi che lottavano contro l’assolutismo, i primi movimenti socialisti e socialdemocratici del Novecento che lottavano per garantire ai lavoratori le opportunità che erano loro negate, i dissidenti e gli oppositori del regime sovietico.

Il sistema economico internazionale architettato nel 1944 a Bretton Woods per i Paesi ad economia di mercato prevedeva un sistema a cambi fissi, in cui tutte le valute erano convertibili in dollari e il dollaro era l’unica valuta convertibile in oro. Esisteva dunque, sia pure indirettamente, un legame certo tra le varie valute nazionali e l’oro. Il sistema a cambi fissi (della cui stabilità era investito il Fondo monetario internazionale – Fmi, che aveva anche la funzione di fornire credito ed assistenza finanziaria per la ricostruzione post-bellica e, successivamente, per i Paesi in via di sviluppo) prevedeva che le svalutazioni e le oscillazioni delle monete fossero fatti episodici, di solito negoziati tra le autorità: se troppo frequenti, avrebbero causato una perdita di credibilità da parte delle autorità che le promuovevano. C’era libera circolazione delle merci e delle persone e forti vincoli ai flussi internazionali di capitali, a causa del timore di instabilità finanziaria che questi potevano comportare.

La minore incertezza e maggiore stabilità dei cambi rese stabili le economie, la presenza di regole relativamente affidabili permise non solo una prodigiosa crescita economica, ma, per la prima volta nella storia dell’umanità, una sua diffusione tra tutti i ceti sociali e in tutte le regioni del mondo. Anche i Paesi africani, asiatici e dell’America Latina poterono raggiungere ritmi di crescita mai sperimentati e anche le famiglie più povere riuscirono, a partire dagli anni ’60 in Europa e nel mondo, ad offrire ai loro figli un’istruzione superiore e di livello universitario.

Questo consentì, fino agli anni ’70, una forte mobilità sociale, un benessere diffuso mai sperimentato prima e un sistema di welfare che proteggeva le fasce più deboli ed era consentito da due elementi: tassi di crescita delle economie più alti dei tassi di interesse (cosicché la crescita delle entrate fiscali, correlate alla crescita del reddito, fosse più marcata della crescita degli interessi passivi sul debito pubblico, correlati ai tassi di interesse) e forti vincoli ai flussi finanziari (esportare capitali – legalmente – era complicato e costoso). In questo modo i tassi di interesse interni potevano divergere dai tassi di interesse medi a livello mondiale e le autorità monetarie erano più libere di perseguire le loro politiche senza vincoli esteri.

smantellamento

della protezione sociale

e deregulation finanziaria

Questa situazione “ideale” trovò il suo culmine negli anni ’60, dominati dalle teorie economiche keynesiane, basate su un capitalismo “regolato”, dove le brusche perturbazioni dei mercati erano mitigate dal ruolo regolatore dello Stato e da periodici interventi redistributivi per impedire il crollo della domanda dei ceti più poveri. Ma la fase del capitalismo “dal volto umano” si interruppe bruscamente agli inizi degli anni ’70 per due fatti traumatici. A causa delle altissime e persistenti spese militari statunitensi, causate dalla prolungata guerra in Vietnam, la Federal Reserve aveva messo in circolazione una massa enorme di dollari, insostenibile e incompatibile con il sistema a cambi fissi di Bretton Woods, che prevedeva la convertibilità del dollaro in oro. Di fronte a questa situazione, il giorno di ferragosto del 1971, il presidente statunitense Nixon annunciò improvvisamente la sospensione della convertibilità di dollari in oro, facendo saltare tutto il sistema a cambi fissi e determinando una forte e prolungata perturbazione nell’economia mondiale. Due anni dopo, nel 1973, la guerra del Kippur fece esplodere il prezzo del petrolio e dell’energia.

In questa situazione di turbolenza, i modelli keynesiani, fino ad allora utilizzati per attuare la politica economica, diedero “previsioni” inattendibili, come forse avrebbe fatto qualsiasi modello, in un tale terremoto strutturale. Ne seguì una critica ideologica e chiaramente “interessata” da parte del pensiero neo-conservatore a tutto il pensiero keynesiano, non solo sul piano accademico, ma anche sul piano della politica economica, del welfare state, del ruolo dello Stato e dei sistemi di protezione dei ceti più deboli. Le politiche di Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Stati Uniti, a partire dagli anni ’80, portarono al graduale smantellamento dei sistemi di protezione sociale nei loro Paesi (che hanno in parte resistito maggiormente nell’Europa continentale), a politiche monetarie restrittive caratterizzate da alti tassi di interesse che, facendo alzare il livello medio dei tassi di interesse a livello mondiale, hanno reso insostenibile per i governi di tutto il mondo la spesa per interessi passivi sul debito pubblico, costringendoli a drastici tagli sulla spesa sociale. Ma fu soprattutto la deregulation finanziaria a cambiare la faccia del mondo.

la governance delle istituzioni

economiche internazionali

Accogliendo precise istanze degli ambienti finanziari, vennero gradualmente eliminati negli Usa, in Gran Bretagna e, successivamente, in Europa (spesso da governi “socialdemocratici” o socialisti, che avevano adottato in toto politiche economiche ultra-liberiste) tutti i vincoli ai flussi internazionali di capitale. A partire dagli anni ’90 la globalizzazione era dunque un fatto compiuto. In pochi secondi si potevano spostare da una borsa all’altra del pianeta miliardi di dollari. Il capitale era perfettamente mobile, mentre la mobilità del lavoro, anche quando legale, era comunque lenta, costosa e imperfetta. Mentre dal ’45 agli anni ’80 le crisi finanziarie furono poco frequenti e di portata molto limitata, dall’87 a oggi (cioè dai primi anni della globalizzazione ad oggi) se ne contano già 4 catastrofiche e di dimensione planetaria.

Esiste dunque un drammatico problema di governance delle istituzioni economiche internazionali ed è lecito domandarsi se sia giusto che la finanza conti di più del numero di esseri umani nel decidere le politiche economiche mondiali. Non esiste più il “contratto sociale”, la mediazione tra le parti, poiché un ceto sociale, quello degli investitori finanziari e degli speculatori, si è sottratto alla polis in cui avvengono i confronti. I flussi finanziari possono spostarsi istantaneamente da un Paese all’altro.

Se nel primo trentennio del dopoguerra lo Stato si è reso più democratico e più partecipativo, il pensiero neo-conservatore ha radicalmente modificato la sua natura: da incarnazione dell’autorità dello Stato si è trasformato in negazione del ruolo dello Stato, in assertore della necessità dello svuotamento delle sue funzioni: lo Stato si è ritirato dall’economia, dai servizi sociali, dall’educazione. In piena crisi finanziaria globale si recupera poi l’idea di un intervento dello Stato, con finalità di salvataggio e scaricando i costi sui contribuenti (in generale soggetti a reddito fisso, senza la possibilità di eludere o evadere il fisco). In una società in cui la “nascita” sembra tornata a svolgere un ruolo essenziale, stiamo assistendo alla drammatica esclusione di enormi masse di persone dal meccanismo economico e dalle forme più elementari di benessere.

industria italiana

in crisi prima della crisi

Solo limitando il crollo della domanda dei ceti sociali più deboli (che, come ci insegna la teoria economica, sono caratterizzati da una propensione al consumo maggiore rispetto alle classi sociali più ricche, utilizzando cioè una quota più alta del loro reddito per acquistare beni di consumo) si riuscirà a mantenere un livello di domanda relativamente stabile.

Ma come limitare il crollo della domanda dei ceti sociali più deboli? Ad esempio, gravando sulle fasce più alte di reddito, con un prelievo del 20% sui capitali degli “scudati” (coloro che avevano commesso il reato di esportazione illecita dei capitali ed evasione fiscale) o con una patrimoniale, che costituisce una normale forma di intervento in fasi drammatiche e che viene invece trattata come un tabù dall’attuale governo. La recente boutade dell’imprenditore Parenti, sul fatto di alzare la soglia della cosiddetta “libertà di licenziare” alle imprese con 30 dipendenti, non farebbe che aggravare il problema. Innanzi tutto, in Italia ci sono 5 milioni di imprenditori e 17 milioni di lavoratori dipendenti. Il 96% delle aziende italiane è già ora sotto la soglia dei 15 dipendenti, quindi in possesso della libertà di licenziare.

Ebbene, questo nostro sistema industriale italiano, già prima della crisi era in grave difficoltà: aveva un tasso di crescita tra i più bassi d’Europa, era tra quelli che spendevano di meno in ricerca e sviluppo e tra quelli meno innovativi in assoluto. Era già in crisi prima della crisi. Per avere più produttività e più innovazione tecnologica servono incentivi e una nuova concezione delle relazioni industriali: i lavoratori, per identificarsi con gli obiettivi dell’azienda, devono ricevere dei premi di produzione nel caso in cui si ottengano profitti più alti e devono sentirsi coinvolti nel processo di definizione del budget e degli obiettivi della loro area aziendale. Ma la classe imprenditoriale italiana è pronta e ha la cultura per questa concezione partecipativa dell’impresa che, ricordiamolo, è pratica corrente in Francia e Germania fin dagli anni ’40?

La proposta di Parenti non farebbe che aumentare il grado di incertezza e di precarietà del reddito dei lavoratori: anche i miei studenti del primo anno capirebbero che questo non può che far abbassare la domanda…

In generale le linee guida di politica economica devono essere ispirate dal principio della mobilità sociale: creare gli strumenti, i dispositivi e le risorse affinché tutti gli individui, anche quelli provenienti dai ceti sociali più deboli, possano avere accesso ai servizi, alle opportunità, all’istruzione superiore ed universitaria, in modo che, nella società, ogni persona possa contribuire al meglio sulla base dei propri talenti. È una battaglia difficile. Ma chi è motivato da valori etici forti non ha paura delle battaglie difficili.

* Marco Mazzoli, metodista, professore di economia all’Università Cattolica di Milano, musicista, attuale candidato sindaco alle primarie del centro-sinistra al Comune di Piacenza.