di Giorgio Guelmani

 

debito sovrano

Il debito pubblico degli Stati, cioè la somma dei deficit accumulatisi nel tempo. Il deficit è composto dal disavanzo (o avanzo) primario, che è la differenza tra spese ed entrate correnti dello Stato in un anno, e dalla spesa per interessi sui titoli di Stato emessi negli anni precedenti. Le manovre finanziarie possono incidere solo sul disavanzo primario; la spesa per interessi è fuori dal controllo del singolo Stato, e può essere influenzata anche da fattori di breve periodo, speculativi, o da una percezione di “inaffidabilità”.

I problemi dei bilanci pubblici sono stati acuiti dai bassi tassi di crescita delle economie sviluppate e dalle politiche neo-liberiste degli ultimi decenni, specialmente dalla riduzione del carico fiscale per le grandi imprese e gli alti redditi. Un ultimo grave colpo ai bilanci pubblici è stato apportato dalla crisi dei subprime (vedi sotto) e dal conseguente salvataggio del settore bancario e finanziario. Si calcola che i soli Stati Uniti d’America abbiano erogato 1.200 miliardi di dollari (più o meno 1.000 miliardi di euro) per il salvataggio delle proprie banche, a carico ovviamente del bilancio pubblico. Il debito italiano è 1.900 miliardi di euro. E quello greco circa 350.

 

default

Significa “difetto, mancanza” (per estensione inadempienza, fallimento, bancarotta). Uno dei possibili esiti di una crisi del debito è il default, l’impossibilità di pagare i debiti, in tutto o in parte. Un paese non può essere obbligato a pagare i propri debiti, ma può subire ritorsioni quali il sequestro dei propri beni o attività finanziarie all’estero, il boicottaggio politico e commerciale, condizioni più onerose per eventuali prestiti futuri.

Si calcola che dal 1970 al 2010 ci siano stati 180 casi di default sovrani in 68 paesi,1 quasi tutti (con l’importante eccezione di quello argentino) non unilaterali, ma concordati, in cui il debito è stato in parte condonato o cancellato, in parte ristrutturato (debiti a breve termine convertiti in debiti a lungo termine, per dare più respiro). Solitamente la ristrutturazione del debito è concessa a condizione che il paese debitore si impegni a politiche di austerità e di privatizzazione. Questa è la soluzione che si sta prospettando per il debito greco, per cui il valore del debito subirà un taglio tra il 30 e il 50%. Nel breve-medio periodo, le politiche di austerità, oltre ad essere socialmente inique, sono controproducenti, in quanto hanno effetti depressivi sul Pil; come accaduto in questi mesi proprio alla Grecia, il rapporto deficit/Pil può addirittura aumentare, in quanto Pil ed entrate fiscali dello Stato diminuiscono più di quanto non accada alla spesa pubblica. Inoltre, il taglio del debito rappresenta una perdita per le banche dei paesi creditori, le quali chiedono (e ottengono) sostegno pubblico, il che crea ulteriori buchi nei bilanci degli Stati.

Ci sono molte analogie tra la crisi debitoria dell’Europa di oggi e quella del Terzo Mondo dei decenni passati. Sicuramente una buona parte del nostro debito potrebbe essere classificato come “illegittimo” o “odioso” (spese per armamenti, grandi opere inutili, corruzione). Per ora, nonostante il contagio delle manifestazioni degli indignados, si è vista poca solidarietà tra popoli “debitori” e “creditori”: in Europa hanno gioco facile gli opposti populismi e le caricaturali contrapposizioni tra “arcigni creditori nordisti” e “parassitari fannulloni mediterranei”.

 

in-kind work

In-kind significa pressappoco “in natura”. Viene definito come “qualunque tipo di contributo di lavoro o servizi a cui non corrisponde un esborso monetario”. Si può essere pagati in-kind (con corresponsione di servizi, agevolazioni o buoni pasto al posto del salario), come lavorare in-kind (fornire lavoro volontario). Tale è il caso, molto spesso, di chi presta la sua opera per un’organizzazione non governativa o no-profit. Nella contabilità di queste organizzazioni, al lavoro in-kind viene attribuito un valore convenzionale. Per gli Usa, nel 2010 questo valore era in media di 21,36 dollari all’ora.2

 

newco

Abbreviazione di new company (nuova compagnia). Di solito vi si ricorre nelle operazioni di leveraged buy-out (Lbo), in cui una società costituita ad hoc (la newco) acquista una partecipazione di controllo di un’altra società (società bersaglio); tale acquisto viene finanziato in massima parte ricorrendo al credito bancario. Il debito contratto verrà ripagato facendo ricorso ai flussi di cassa dell’azienda bersaglio. In pratica, con il Lbo ci si indebita per acquisire un’altra società, contando di pagare i debiti con i guadagni della società acquisita.

Un altro caso di ricorso alla newco è quando si scinde una società esistente in due: una parte “buona” (good company), in cui si convogliano tutte le voci attive del bilancio, e una “cattiva” (bad company), a cui si attribuiscono tutti i debiti, le perdite, e i lavoratori “in esubero”. Così è stato fatto, ad esempio, con Alitalia nel 2008, un classico caso di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Recentissimo è il caso, infine, della newco Fabbrica Italia, costituita dalla Fiat riassumendo i lavoratori dell’ex stabilimento di Pomigliano d’Arco. Fondato è il sospetto che l’operazione rispondesse in realtà all’esigenza di aggirare le normative esistenti sui trasferimenti d’impresa, e di applicare ai lavoratori nuove norme contrattuali appositamente create.

 

ninja

Termine giapponese che indica il guerriero spia. Fantasioso acronimo creato nel 2008 dall’economista americano Charles Morris. Sta per No Income No Jobs or Assets (“niente reddito, niente lavoro né patrimonio”) e designa la clientela delle banche a maggior rischio d’insolvenza, proprio quella che è stata beneficiaria dei prestiti subprime (vedi sotto).

 

rating

Significa “classificazione” o “valutazione”, su titoli e obbligazioni di imprese private o di enti pubblici. Viene valutata la capacità del debitore di essere solvibile. Il rating è attribuito da apposite agenzie. Le più importanti sono Standard & Poor (S&P), Moody’s e Fitch, che controllano il 95% del mercato. Le prime due sono a capitale statunitense, Fitch è controllata da una finanziaria francese. Fuori dalle “tre grandi” c’è la Dagong, agenzia privata cinese i cui giudizi riflettono la politica del governo di Pechino.

Le agenzie danno i voti in lettere, da Aaa (il massimo dell’affidabilità) a D (per Moody’s si va da Aaa a C). Quando il rating sale si parla di upgrade, quando scende di downgrade. Spesso il voto è accompagnato da un outlook (previsione) che può essere positivo, stabile e negativo.

Normalmente è il debitore stesso che, al momento di mettere sul mercato dei nuovi titoli di debito, chiede, a pagamento, il rating alle agenzie. Da un lato, l’agenzia di rating lavora in base alle informazioni fornite dal committente (che possono essere lacunose, distorte o smaccatamente false); dall’altro ha interesse a non scontentare troppo il cliente pagante. Questo può spiegare le clamorose cantonate prese dalle agenzie nell’ultimo decennio: Enron, Parmalat, Lehman Brothers e altre si fregiavano della “tripla A” sino al giorno prima del crack.

Diverso è il caso della valutazione dei debiti pubblici. Qui la valutazione è emessa d’iniziativa delle agenzie stesse, ogniqualvolta a loro parere avvenga qualche fatto nuovo che incida sulla solvibilità degli Stati. È a questo che si riferiscono i media quando titolano che “Moody’s declassa l’Italia”. Anche in questo caso, l’operato delle agenzie di rating risulta spesso criticabile. Le agenzie tendono a muoversi in branco (se oggi Moody’s declassa, entro una settimana Fitch e S&P fanno altrettanto). Lungi dall’essere la pura e neutrale certificazione di uno stato di fatto, l’azione delle agenzie è destabilizzante. Infatti i declassamenti hanno un effetto diretto sugli investitori, che chiedono automaticamente tassi di interesse più alti per garantirsi dal rischio supplementare. Soprattutto in un mercato del debito molto integrato come quello dell’euro, i declassamenti hanno un effetto a catena sull’insieme dei paesi, compresi quelli con i rating migliori, poiché le loro istituzioni finanziarie possiedono titoli del debito di tutti i paesi dell’euro, e di conseguenza un declassamento ha automaticamente ripercussioni anche sulla loro solvibilità. Esponenti autorevoli dell’Unione Europea hanno criticato aspramente le agenzie di rating, e molti propugnano la creazione di un’agenzia di rating pubblica europea.

 

spread

Con la parola si indica il differenziale tra il rendimento di due prodotti finanziari paragonabili. Rischio e rendimento sono in relazione inversa tra loro: i titoli considerati più sicuri sono i più desiderati dagli investitori, quindi sono collocati a prezzo più alto (e offrono un rendimento minore). Invece i titoli considerati più rischiosi devono offrire un rendimento più alto come “premio di rischio”, per convincere i potenziali acquirenti. In Europa, i titoli di stato più sicuri sono unanimemente considerati i Bund tedeschi, emessi dall’economia più forte e solida del continente. Lo spread di cui si parla quotidianamente nelle cronache finanziarie è la differenza di rendimento tra i Btp decennali italiani e i Bund tedeschi di scadenza corrispondente. Si misura in punti base, ovvero centesimi di punto percentuale: quindi, se oggi i Btp offrono il 5% e i Bund il 2%, lo spread è di 300 punti base. Al 31 ottobre 2011 (data di redazione di quest’articolo) lo spread era di 407 punti (si pensi che tra il 1999 e il 2005 è stato in media di 24). Questi aridi numeri hanno pesanti ricadute sulle nostre vite: un aumento del rendimento dei nostri titoli di Stato comporta un aumento di deficit e debito. In particolare, 100 punti base (cioè un 1%) di differenza equivalgono circa a 20 miliardi di euro. Il guaio è che un aumento del deficit pubblico fa sì che la nostra economia sia considerata più a rischio, quindi alla prossima asta gli investitori chiederanno rendimenti maggiori per compensare il maggiore rischio, il che porterà ad un aumento del deficit… e così via. Questa è solo una delle tante spirali negative caratteristiche dell’economia finanziaria, in cui un comportamento di valutazione razionale del rischio da parte degli operatori conduce a situazioni negative che si avvitano su sé stesse.

 

stock option

Si parla di stock option quando una società distribuisce gratuitamente ai dipendenti una parte delle proprie azioni, come elemento accessorio del salario o come premio di produzione. Nella maggioranza dei casi, sono i manager e i dirigenti a riceverle. Legare un’ampia quota dello stipendio al rendimento delle azioni della società ha lo scopo di “fidelizzarli” (impedire che lascino l’azienda, attirati da migliori offerte). Il ricorso alle stock option rafforza la tendenza a guardare soprattutto ai risultati di breve e brevissimo periodo a scapito della sostenibilità o della redditività nel lungo. Manager e dirigenti (le persone che hanno maggiore potere e accesso a informazioni riservate) hanno un notevole incentivo a incoraggiare, con tutti i mezzi più o meno leciti, l’aumento dei valori di Borsa della propria società. Come nel caso dei privilegi della Casta politica (che suscitano maggiore indignazione, nonostante siano di minor portata), la distorsione è acuita dal fatto che i decisori e i beneficiari sono le stesse persone.

Le stock option sono solo una delle componenti che ha concorso a fare lievitare notevolmente le paghe dei manager (anche in periodo di crisi: si calcola che i guadagni dei Chief Executive Officers delle imprese Usa siano aumentati del 23% tra il 2009 e il 2010), e con queste le disuguaglianze sociali. L’amministratore delegato di una grande azienda Usa guadagna in media 343 volte di più di un suo operaio (e, come ha denunciato di recente Warren Buffett, il secondo uomo più ricco del mondo, spesso paga anche, in percentuale, meno tasse). Bisogna risalire ai tempi della Grande Depressione degli anni ’30 per trovare livelli simili di disparità (nel 1980 tale rapporto era di 42 a 1). Senza parlare delle enormi “buonuscite” che questi personaggi ricevono quando lasciano la propria azienda, a prescindere dal fatto che l’abbiano lasciata più o meno prospera di quando l’avevano presa in carico.

 

subprime

Significa letteralmente “di qualità inferiore”. Il termine è stato reso popolare dalla crisi scoppiata negli Usa nell’estate 2007. Si riferisce ai mutui casa concessi, in specie dalle banche Usa, a famiglie a reddito medio-basso tradizionalmente escluse dal credito. Questi mutui ad alto rischio (e ad alto rendimento) sono stati a loro volta rivenduti ad altri operatori, “impacchettati” in prodotti finanziari sofisticati e poco trasparenti, i cosiddetti Cdo (Collateralized debt obligations). Così il rischio si è diffuso a tutto il sistema, perché questi prodotti sono stati poi venduti a ignari risparmiatori o fondi pensione. Quando la “bolla” speculativa sugli immobili ha cominciato a sgonfiarsi, alcune famiglie sono divenute insolventi e le banche hanno cominciato a esigere indietro i propri crediti. I prodotti finanziari che includevano i mutui subprime hanno perso valore; le banche che li avevano acquistati hanno dovuto registrare perdite nei loro bilanci, il che ne ha depresso il valore di borsa… e così via, in una reazione a catena. Dietro la crisi dei subprime, che è stata il preludio a quella che viviamo oggi, c’è una delle contraddizioni fondamentali del capitalismo odierno: i redditi da lavoro dipendente devono essere tenuti sotto controllo, pena la perdita di competitività nel mercato globalizzato; ma il sistema non può fare a meno di un elevato livello di consumo da parte di questi stessi soggetti. L’unica via per conciliare le due esigenze è stata l’esplosione incontrollata del debito privato.

 

 

* Giorgio Guelmani, valdese, ex-direttore di Ge, vive e lavora a Milano.

Note

1 Paolo Manasse, “Grecia, quanto costerà l’haircut”, Repubblica Affari & Finanza, 10 ottobre 2011, p. 10.

2 Basato sulle stime del Bureau of Labor Statistics, viene riportato sul sito http://www.independentsector.org/volunteer_time