«Le nostre parole sono spesso prive di significato. Ciò accade perché le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e sopratutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti. Per raccontare, dobbiamo rigenerare le nostre parole. Dobbiamo restituire loro senso, consistenza, colore, suono, odore. E per fare questo dobbiamo farle a pezzi e ricostruirle».1

In questi ultimi anni in molti si sono soffermati sull’analisi delle parole che vengono usate e trasmesse, spesso, senza una reale comprensione del loro significato. Questo non solamente per una semplice questione di non conoscenza delle stesse, ma per un uso inconsapevole di concetti che non sono racchiusi nelle parole utilizzate, e viceversa. Lo scrittore Gianrico Carofiglio, ad esempio, suggerisce nuovi fattori che compartecipano a questo abbandono del reale significato delle parole che utilizziamo. Queste vengono consumate, travisate e rivestite di nuovi significati che, col passare del tempo, prendono il posto di quelli originari. Il tempo, la società, la velocità e la diffusione dei nuovi canali che utilizziamo diventano ora i fattori di questa mutazione neanche troppo silenziosa. Ma siamo sicuri che sia solamente una questione di velocità e di diffusione? E questa trasformazione è avvenuta davvero così inconsapevolmente?

Come per un lavoro riuscito irrimediabilmente male, la miglior soluzione, a volte, è quella di tirare una bella riga e ricominciare da capo. In fondo, possiamo fare altrettanto con quelle parole che necessitano di ripensamenti e rielaborazioni: rigenerare, restituire senso, suono e colore … farle a pezzi e ricostruirle. Questo richiede quella calma e quel tempo che ultimamente non sembriamo più possedere. Ma il tempo che ci prendiamo per fare ciò è inutile se non veniamo a capo, forse, del vero problema riguardante il lavoro che dobbiamo tutte e tutti dobbiamo fare sulle parole di cui vogliamo riappropriarci: per ricostruire le parole che vengono dette è necessario imparare veramente cosa esse significhino per noi e per la società in cui siamo inseriti, e per far ciò dobbiamo pretendere di più da noi stessi e dagli altri.

Elisabetta Ribet apre il nostro monografico con un incredibile racconto: e la sorpresa si riferisce a quello che si può scoprire analizzando il vero significato di parole che non conosciamo, di lingue che trasmettono suoni tutti da interpretare. E proprio sull’interpretazione e l’interpretare verte il contributo di Francesca Cozzi: la lettura delle parole, della Parola in particolare, è una? Quando questa interpretazione diventa pericolosamente funzionale a concetti personali, spesso le parole non vengono solamente svuotate del loro significato, ma anche piegate a uso dimostrativo. Ma in questo modo non pieghiamo forse anche la verità in esse contenuta? Come un’intuizione, tutte e tutti coloro che usano le parole sanno che esse danno forma al nostro linguaggio ma, come per l’interpretazione, anche esso dev’essere osservato da diverse angolazioni, non trascurando mai evoluzioni, contesti e culture. Il contributo di Marta Maffia volge in questa direzione. Daniela Di Carlo invece si concentra su ciò che a volte si nasconde dietro il determinato utilizzo di alcune parole che consideriamo “neutre”, e che così non sono: quali sono stati i passi che hanno intrapreso su questo cammino le nostre chiese? Analizzando in nostro modo di utilizzare e di trasmettere le parole, non possiamo fare a meno di soffermarci su ciò che invece non viene detto, e sulle cause di queste omissioni, imposte o auto imposte. Claudio Paravati ci guida in una interessante riflessione sul concetto di censura. E sempre su quest’ultima tematica proponiamo, a cura della redazione, una bella intervista doppia a due membri dell’attuale Federazione Giovanile Evangelica in Italia: Annapaola Carbonatto di Torino e Bertholus Tsague di Bologna.

Continua il ciclo di studi biblici incentrati sul tema della malattia e della guarigione nella Bibbia: Eleonora Natoli ci propone un’importante riflessione sull’interpretazione della male e della sofferenza, alla luce dell’accompagnamento dei malati.

Per la rubrica Sguardi, Rebeca Malla ci offre una recensione sul libro di Gianrico Carofiglio, La manomissione delle Parole.

Chiudiamo il numero con un bel messaggio al co-direttore di GE, Nicola Rochat, che lascia questo incarico dopo gioiosi e bellissimi anni di lavoro al servizio della nostra rivista.

Samuele Carrari e Sara Rivoira

Nota

1 G. Carofiglio, La manomissione delle parole, Rizzoli 2010;